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Un Ramo d’Acacia per Aldo

In settembre, quando l’estate scema, la natura provvede alla cernita dei semi affinché il suo ciclo naturale ricominci; ma, come il frutto si separa dall’albero, anche l’anima si separa dal corpo. Secondo Ermete Trismegisto, un grande iniziato, tanto caro ad Aldo Vagnozzi, è in autunno che si separa il sottile dal denso e ciò avviene con grande abilità, dal momento che si tratta di disunire lo spirituale dal materiale. È in autunno che, in natura, si realizza il processo di separazione fra cose diverse fra loro per facilitare la continuazione della vita. Secondo alcune tradizioni religiose, e non solo, è sempre in autunno che l’Arcangelo Michele, aiuta a separare l’anima dal corpo per trasferirla in altre dimensioni, per non farla restare eternamente sulla terra. A me piace immaginare così il trapasso dell’amico Aldo, in
un contesto naturale dove un ramo d’acacia possa perennemente identificarlo.
La scomparsa di Aldo Vagnozzi, il quarto presidente di Ada, nell’ordine, presidente onorario, ha procurato un grande dolore, non solo a me, anche a molte persone che lo hanno conosciuto, amato e apprezzato sia come uomo, sia come professionista. La notizia, terribile e inaspettata, è giunta repentina e, quasi incredulo, ho parlato con il figlio Maurizio, poi con Evelina, la moglie. Spesso si fa fatica a immaginare come la morte sia una cosa reale, tentiamo un accomodamento mentale, giacché ne rifiutiamo l’idea, purtroppo poi non è in questo modo e le immagini di un tempo prevalgono su ogni cosa: alcune in bianco e nero, altre a colori. Il film della vita dell’amico appare in sequenza misteriosa, quasi non gli appartenesse, sebbene non sia così. Il suo carattere schivo, di genovese autentico (tifava per la Sampdoria), per certi versi, lo faceva apparire chiuso, ma non era in tal modo, in quanto egli sapeva aprirsi al momento giusto, palesando la sua profonda umanità, il suo rigore morale, la sua capacità di grande manager. Era uno fra i pochi che aveva compreso che l’universo non apre a tutti indistintamente la porta del proprio Santuario, giacché egli aveva capito che la natura ha bisogno di molta equità, di esattezza, di perspicacia nell’osservazione
dei fatti, di spirito logico e ponderato, d’immaginazione viva senza esaltazione fanatica, di un cuore puro e ardente. Vagnozzi era un realizzatore paziente, animato da una volontà incrollabile, da risolutezza accompagnata da certezze e fiducia, anche se non era dogmatico, piuttosto era saggio e sapiente, avendo compreso, fra l’altro, che la vanità non era congeniale a lui. Se mi è permesso definirlo, credo che sia (scusate il presente) un discepolo della natura eterna, un apostolo fedele al voto del silenzio.

Franco Arabia

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