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L’Unità d’Italia, il Bel Paese

C’era una volta… il Bel Paese. Per diverso tempo le fiabe avevano questo inizio. La notizia di questi giorni, che Luca Cordero di Montezemolo ha utilizzato  la sua auto personale per accompagnare alcuni turisti che tardavano a trovare un Taxi in una grande città d’Italia, per un attimo ci riporta in un paese d’altri tempi quando, girando per le città, trovavi ancora i ragazzini (a Napoli li chiamavano Sciuscià) che ti accompagnavano sino al luogo richiesto, forse per una mancia, ma l’episodio certamente non si riconduce a ciò, ma che resta emblematico, a dimostrazione di una cultura dell’ospitalità che c’era. L’evento, avvincente, forte e romantico, ma anche di protesta, rende ancor più simpatico il presidente della Ferrari, anche se – poveri noi – mutuando un noto proverbio dialettale siciliano in lingua italiana, “una noce in un sacco non fa rumore” (‘na nuci’un fa scrusciu) anche se, volendo, Montezemolo proprio una sola noce non è.

Gli ultimi scandali nel nostro Bel Paese, con le notizie che i media ci propinano, disorientano non poco, se pensiamo che, fra l’altro, una regione insulare, sembrerebbe essersi indebitata per qualche secolo per un investimento turistico che, sempre secondo i media e Striscia la Notizia, avrebbe poi dato in affitto, per pochi spiccioli all’anno, a una grande società che fa capo a personaggi molto in vista e che hanno un ruolo importante in questa italietta di presunti moralizzatori. Per dirla alla maniera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo, opera postuma scoperta da Giorgio Bassani, del quale conservo gelosamente l’attestato di amicizia sul frontespizio de I Giardini dei Finzi Contini, o come Federico de Roberto, autore dei Viceré, tutto deve in apparenza cambiare affinché ogni cosa resti come prima; oggi potremmo dire peggio di prima. Nel momento in cui l’Italia si avvia a festeggiare, si fa per dire, il suo 150° anniversario della propria unità geopolitica, con la presenza in questi giorni del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a Quarto e a Marsala, in un contesto nazionale di grande confusione, stante il pasticcio ideologico e lessicale fra federalismo fiscale (o secessione di ricchezza?) e autonomia politica, la vernice bianca rossa e verde usata a Reggio Emilia è diventata piuttosto un’im magine di facciata che non di reali sentimenti e di intendimenti. Mentre scriviamo, dopo aver letto sul Corriere della Sera la pagina di Fulvio Conti sul ruolo della Massoneria Italiana nel Risorgimento, ci è venuto in mente che a scuola non hanno mai insegnato che Giuseppe Garibaldi a quel tempo ne era il capo assoluto e che molti uomini, con lui e come lui Massoni, furono artefici di questa tanta vituperata unità d’Italia: Cavour, Mazzini, Bixio, tanto per citarne alcuni. Tale aspetto, omologato culturalmente sino all’esasperazione e agli interessi di parte, alla fine, non ci sconvolge più di tanto, se solo consideriamo che il romanzo di Federico de Roberto, di cui il recente e bellissimo film di Roberto Faenza con Lando Buzzanca e Renato Preziosi, prodotto da Rai – Fiction, è stato censurato per almeno 100 anni, giacché sottolineava alcuni aspetti non molto graditi al potere temporale della chiesa. Per meglio capirsi il film non è stato accettato anche dal festival del cinema di Roma gestito da Walter Veltroni. Si è trattato di un caso? Questo non lo sapremo mai, ma ognuno tragga le proprie considerazioni. Per tornare ai nostri 150 anni di unità nazionale, il fallimento degli ideali risorgimentali non sembrerebbe essere stata cosa diversa da oggi, anche allora, analogamente a come si adombra nell’attuale scontro politico, non tanto perché le utopie di Mazzini e Garibaldi fossero sbagliate, quanto per le forti azioni reazionarie econservatrici degli interessi di parte, sia allora (sia oggi) che tendevano ad addormentare i sentimenti popolari in favore degli interessi precostituiti. Succede, quindi, che anche nel settore del turismo, l’assunzione di un’omologazione culturale di alcuni personaggi, anche quella a cui si riferiva Leonardo Sciascia, in effetti, alla fine favorisca gli interessi di pochi piuttosto che quelli generali e faccia scaturire un perbenismo di facciata, una sorta di patente che legittima le azioni anche quando queste siano discutibili. In verità, Federico de Roberto, come ai tempi nostri, nel suo romanzo indica come l’ipocrisia politica sia un elemento contingente per gestire il potere; già allora faceva emergere il quadro del fallimento degli ideali risorgimentali. Tale motivo era presente anche in alcune novelle di Giovanni Verga (Il Reverendo, Libertà, Mastro don Gesualdo), ne I Vecchi e i giovani, di Luigi Pirandello, e ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. I Viceré, che resta una delle più belle opere letterarie del Verismo italiano, che evidenzia come il trasformismo politico di alcuni potenti aristocratici, gli Uzeda, si manifesti secondo un copione consumato e sapiente, a cavallo tra il Risorgimento e l’Unificazione, passa da una visione feudale a quella liberale, per calarsi infine in una finzione socialista, sulla scorta del convincimento che, di là di ogni rivolgimento storico, nulla dovesse (e debba) veramente cambiare, piuttosto dovevano essere (e sono) i privilegiati ad adattarsi alle nuove istanze politiche al solo scopo di mantenere intatto il dominio e il potere. Niente di nuovo oggi, come allora dunque. Secondo una legge fisica una sola forza non può produrre un fenomeno. Sono indispensabili due forze, che permettono l’apparire di una terza. Queste tre forze attive entrando in contatto fra loro assumono forma diversa, ma nel punto d’incontro, la prima è positiva, la seconda è negativa, la terza è neutra sino al momento in cui questa acquista una sua realtà, la cui proprietà si rivela differente dalle altre due, da qui il principio della partecipazione attiva che diventa valore etico di libertà, che oggi manca. La verità è che, in Italia, almeno a ben comprendere, non sembra ci siano né due, né tre forze, ma tutto passa attraverso la narcosi quotidiana della propaganda, i cui effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti. Anche la Questione Meridionale, che torna a galla in maniera strumentale, per ideologizzare al massimo il federalismo fiscale e farla sembrare come un elemento deterrente nell’economia, è permeata di falsificazioni storiche deliranti, di forte disinformazione, che volutamente diventa tormentone, luogo comune, motivo attraverso il quale distrarre l’opinione pubblica, che ormai ragiona con una mentalità aziendalista e non come soggetti facenti parti di un sistema sociale, in assenza di fatti eclatanti, come gli effetti della cosiddetta strategia della tensione che ha caratterizzato a lungo il nostro paese. Il turismo va male, l’economia non meglio. Noi siamo preoccupati sia come operatori, sia come cittadini. E’ per questo che, nel nostro piccolo, cogliendo l’occasione del dibattito sul tema, cercheremo di fornire al lettore qualche informazione storica. Gaetano Salvemini (1873/1957), come è noto, è stato il padre della cosiddetta Questione Meridionale, che non era posta, beninteso, come richiesta di assistenza ma in quanto risposta di politica economica rispetto all’esigenza di tenere in equilibrio un paese, allo scopo di renderlo migliore nel suo insieme, con una lungimiranza che oggiancor di più si comprende. In tal senso egli forniva una direttrice strategica per l’agricoltura a cui poteva collegarsi, col senno di poi, il turismo. Per comprendere ulteriormente il fenomeno occorre considerare come, al momento dell’unificazione dell’Italia, nel periodo che va dal 1876 al 1985, il dato stimato sull’emigrazione all’estero rileva la partenza di 26,5 milioni di persone che lasciarono il territorio nazionale, cui si aggiunse l’emigrazione interna, dal meridione verso il settentrione. L’evento indusse i governi dell’epoca a promuovere leggi speciali per interventi localizzati, con la concessione di sgravi fiscali per l’industria, l’incremento delle opere pubbliche, motivi ancor oggi ricorrenti, generando un sistema di ceti improduttivi e parassitari che garantivano voti alle maggioranze che governavano.
Purtroppo, il progetto dell’agricoltura doveva fare i conti con l’acqua, se si considera che, nel periodo 1928/1938, nella sola Sicilia sarebbe stato realizzato un acquedotto rurale di 15 km, mentre il Veneto già ne disponeva di 570 km, la Toscana 275, l’Emilia 247, il Piemonte 180, la Lombardia 155. Sul piano dell’energia, motivo di grande attualità, determinante e fondamentale per lo sviluppo delle economie, sempre la Sicilia,produceva 205.318 kilowattore, a fronte dei 15.108 miliardi del resto d’Italia, di cui il 62,80% era utilizzata dalla Lombardia,Piemonte e Veneto. A conferma della visione del Salvemini, nonostante il problema strutturale del meridione fosse evidente, sia rispetto all’acqua, sia rispetto all’energia, sia rispetto ai trasporti e alla rete stradale, nello stesso periodo l’agricoltura siciliana forniva al Paese l’11% del frumento, il 29,5% dell’orzo, il 27% dei grani oleosi, l’81,80% del cotone, il 12% delle olive, il 74% degli agrumi e dei fichi, il 43,90 delle noci, il49% delle mandorle, l’86% delle carrube (la famosa Saratoga ancora oggi utilizza i semi della carruba per la propria colla essendo un forte aggregante). Nei fatti, la Sicilia, ma tutto il meridione d’Italia, con il fenomeno dell’emigrazione, per precisa volontà dei Governi, in particolar modo quello di Giolitti, durante il processo di unificazione si riduce a essere un semplice mercato per il consumo. Molti aspetti della questione meridionale, e della Sicilia, in particolare, sono ripresi dallo storico inglese Denis Mack Smith che sottolinea come l’abbandono della questione meridionale sia stato un grave errore strategico. Non è un mistero, infatti, che l’Europa rifilerà successivamente al meridione d’Italia le raffinerie per lavorare il greggio del petrolio, danneggiando in modo irreversibile la sua naturale vocazione turistica, ma anche quella dell’Italia, se si considera che, poi, con lo sviluppo del trasporto aereo, altri paesi più a sud del nostro stesso meridione diventano i nostri principali concorrenti. La mancanza di una visione strategia in fatto di politica economica appare evidente. Gela, per esempio, era fortemente orientata alla produzione del cotone e al turismo, ma diventa qualche cosa di improponibile dopo l’insediamento delle raffinerie. Peraltro, checché se ne dica, l’Italia, con l’entrata in vigore dell’Euro, rimane schiacciata dalle economie europee più forti, non avendo pensato seriamente e prima a sviluppare il proprio meridione. Non è una mera rivendicazione ma un’oggettiva valutazione di politica economica, salvo che, con il cosiddetto federalismo fiscale non si stia pensando a ridisegnare i confini d’Italia, vanificando dunque i valori di Mazzini e di Garibaldi, proprio nel momento in cui il dibattito sul Risorgimento e sull’Unificazione si è aperto, ma anche sulle riflessioni che noi tutti dovremmo fare a proposito della tristissima esperienza della Grecia che è sull’orlo della bancarotta.

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