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Il Miglio Verde

Come molti sanno, nel 1999, Frank Darabont immette nei circuiti cinematografici un bellissimo film, Il Miglio Verde, ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King. La trama è nota ed è stata interpretata magistralmente da Tom Hanks nei panni del protagonista, Paul Edgecombe, un anziano cittadino inglese, di 108 anni, che vive in una casa di riposo, tormentato da incubi e rimorsi. Altri attori, come Michel Clark Duncan, il gigante di colore, John Coffey, e che, nelle fantasioseintenzioni del romanziere King, sono le iniziali di Jesus Christ.
Il Miglio Verde, in effetti, era la distanza che separava la cella dei condannati a morte dalla sedia elettrica, eufemisticamente soprannominata “la vecchia scintillante”. In pratica, un lugubre percorso di morte camuffato dal colore verde, che comunemente la gente riconduce a simbolo della speranza, alcuni studiosi lo associano al Santo Graal, altri ancora lo legano al mondo vegetale e al principio della decomposizione, mentre la liturgia cattolica lo utilizza per i paramenti verdi dalla seconda alla sesta dopo l’Epifania e in tutte le domeniche dopo Pentecoste, in pratica nell’attesa e con la speranza, appunto, in vicinanza delle due feste religiose più grandi, che sono Pasqua e Natale.

Nello specifico del romanzo e nel film a questo ispirato è rappresentata la subdola abilità dell’uomo a voler sofisticare i valori, forse per esorcizzare i propri limiti rispetto ad un evento doloroso e naturale come quello della morte, ma che tale dovrebbe rimanere in ogni suo aspetto, senza artifici dialettici, dovendo doverosamente elevare la dignità del morente sia nei confronti del mondo esterno, sia verso se stesso. Diversamente, non si comprenderebbe perché, sotto il profilo politico-morale, continuamente si parli di “moratoria contro la pena di morte”, un “grido ipocrita” in certe occasioni, secondo Giuliano Ferrara, di una società sclerotizzata e virtuale, laddove l’incisività della stampa e della televisione allontana, di fatto, il singolo dalla realtà, rendendolo dislessico, agevolandolo a scaricare tutto ciò che gli pesa, tutto ciò che ingombra ed è fastidioso, in nome di una finta laicità, al pari dell’attuale presunto liberismo, e facendo emergere un’assenza di valori in un sistema crudele, per certi aspetti assimilabile alla logica spartana priva di una qualsiasi forma di pietà, che gioca con i simboli in un rimpiattino persuasivo e che, alla fine, allontana dalla purezza di quei sentimenti che ha sempre caratterizzato la società italiana. Il direttore d’albergo, una figura professionale profondamente umana, è abituato a qualsiasi cosa, giacché vive e opera in molte situazioni particolari, con il suo occhio esperto e l’animo rivolto ai problemi della gente, sia si tratti dei suoi clienti, sia si tratti del personale dipendente, sia si riferisca alla sua vita personale, a quella del suo paese o dell’intera comunità mondiale. Essendo egli cittadino consapevole, in quanto tale, non si occupa solo di questioni tecniche ma anche di altro, come l’etica, la morale, la politica, il confronto e l’indefinibile giudizio. Certo, il dubbio, che è sempre elemento di timore, d’insicurezza, ma anche approccio corretto, spesso sottrae al giudizio netto, ma anche ai fondamentalismi, a forme d’integralismo che potrebbero allontanare il singolo da princìpi intelligibili di verità, sia pure relative, giacché quelle assolute sono utopie della mente. Ed è proprio con il dubbio che, in questi giorni mi sono ritrovato all’interno del Miglio Verde: gli agenti penitenziari, esecutori della legge, il gigante nero e buono, simbolo di pietà e amore, il piccolo agente penitenziario integralista e carrierista, in altre parole la crudeltà (ricordate quando gli affidano il condannato, non bagna la spugna per allungare la morte del condannato?!), il popolo spettatore e giustizialista. Una scena ripetuta in occasione di un fatto veramente doloroso, che abbiamo seguito in diretta, come si fa in “tutto il calcio minuto per minuto”, entrando nelle nostre case, coinvolgendoci sotto il profilo umano, ma non solo. I nostri lettori intuiranno, certamente, che non desidero ripetere il nome di questo caso, poiché si è parlato molto e a sproposito; e di solito, in questi frangenti, si finisce con provare senso di rigetto, di repulsione per il metodo con il quale si affrontano problemi che non dovrebbero essere trattati alla stregua di un reality show; ecco perché non mi piace menzionare un nome che è transitato in lungo e in largo dalle nostre case prima di passare a vita diversa. Su diverse pagine di quotidiani ho letto di persone che hanno scritto chiedendo di conoscere quale sia la differenza fra eutanasia e non alimentazione del morente. Non ci sono state risposte convincenti, e non riuscivano ad esserci, probabilmente non potranno mai sussistere, poiché in tutte e due i casi, il risultato è identico: nel primo, la morte è immediata, nel secondo, è più lenta. Resto ancora con molti dubbi: se la morente percepiva ancora emozioni, se ha sofferto, se di là di qualsiasi ragionamento umano in favore dei viventi l’atto sia stato corretto o se si tratti, invece, di posizioni comode di una società che non riesce più ad esprimere particolari sensibilità; e se, poi, qualcuno sia riuscito a stabilire quale che sia il momento dello scorporo dell’anima e dello spirito, in un paese che pare abbia un alto tasso religioso. Nessuno potrà convincermi su chi ha ragione, se gli uni, quanti sostengono la necessità del diritto dell’uomo di suicidarsi, perché di questo si tratta, sia pure con un tutore, inserendo il principio dell’arbitrarietà, capovolgendo valori etici sui quali si fondano le difese del diritto alla vita, o se hanno ragione gli altri, quelli che sostengono che nessun uomo può decidere della vita o della morte di un altro. Personalmente non ho verità da offrire a chicchessia, ma terminando mi piace ricordare il pensiero di Simone Veil, ebrea ed ex presidente del Parlamento Europeo che, nel sostenere che in ogni uomo c’è una parte di Dio, evidenziando una bellissima visione immanente del divino, afferma che chiunque commette un atto delittuoso contro qualsiasi essere umano e come se uccidesse una parte del Logos, del principio.

L'articolo è pubblicato a pag.3  della Rivista: icon Periodico ADA – Inverno 2008 (4.51 MB)

 

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