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ADA Story (Dicembre 2007)

Il dibattito sul ruolo del direttore d’albergo, all’interno di Ada, continua con molto interesse e con interventi qualificati. Giuliano Zonta, una laurea in filosofia, al tempo direttore di Villa Sassi di Torino ed esperto ristoratore, oltre che albergatore, sull’onda della trasformazione continua della società traccia alcune considerazioni che vi riproponiamo:

“La professione del dirigente d’albergo è difficile in quanto che egli vie in un periodo di difficoltà non solo per l’insufficienza di mezzi e metodi, ma anche, e sopratutto, per la parte da lui sostenuta in una società in trasformazione. L’insieme delle attività produttive di beni e servizi, dei rapporti economici e sociali degli indirizzi di politica economica che caratterizza ogni paese costituisce un sistema. Il sistema è, quindi, un complesso di elementi interdipendenti
e interagenti in modo coordinato per raggiungere scopi determinati.

Il sistema è composto da più sottosistemi. Ogni sottosistema ha obiettivi e ruoli propri, ben definiti e limitati. Qualora un sottosistema si carichi di impegni, oneri e responsabilità di altri sottosistemi, si ha la crisi del sistema. È tipico l’esempio dell’azienda che si accolla i compiti spettanti allo stato per far fronte alla scarsa efficienza di quest’ultimo.

È proprio del dirigente governare il sottosistema cui è preposto, in modo che svolga il proprio ruolo e raggiunga gli obiettivi prefissati. Nel momento attuale (anni 70 ndr)il sistema si sta evolvendo con una progressiva sostituzione dei ruoli e degli obiettivi iniziali con altri. Ciò crea inquietitudine nel dirigente al quale si impone la necessità e la capacità di prendere decisioni in situazioni variabili, attribuendo una maggiore importanza all’abilità di sintesi che di analisi. In tale circostanza si umanizza la figura del dirigente per il quale i “criteri decisionali”, benché in fase di transizione possano variare e perdere di certezza, devono restare la base di ogni scelta e costituire la sicurezza per raggiungere gli obiettivi. L’inquietitudine del manager è, quindi, conseguenza della condizione dinamica creativa in cui egli vive e opera. La professione del dirigente è un mestiere o un’arte? “ Non c’è niente di più errato che pensare all’attività di un dirigente come ad una semplice attività tecnica, come ad un processo di analisi e di scelte o come ad un procedimento scientifico (Harward-Espansione)”. Nel lavoro manageriale doti professionali e culturali si sommano a doti creative e umane. Grande importanza assume, quindi, la formazione intesa come quel processo attraverso il quale lo sviluppo del manager è aiutato ed organizzato, non fornendo solo conoscenze e abilità che consentano lo svolgimento di attività di tipo operativo. Il dirigente si arricchisce di professionalità acquisendo metodologie: “ ma a che cosa servono le metodologie se il ruolo della fondazione non è più ben definito per i cambiamenti che avvengono sia all’interno che all’esterno dell’azienda” ? (Businaro).
La formazione manageriale ha quale compito specifico di rendere più efficace la professionalità del dirigente, adattando le capacità del singolo all’evoluzione delle imprese e delle istituzioni sociali, ai mutamenti dell’ambiente, dell’economia, della politica e della cultura. La mancanza di corsi di formazione manageriale dedicati al settore alberghiero costituisce una grossa lacuna in Italia, paese per eccellenza a vocazione turistica, dove i quadri intermedi e superiori possiedono conoscenze basate essenzialmente sulla pratica e non su criteri scientifici. Solo negli ultimi anni si è dato l’avvio ai primi passi concreti verso la costituzione di centri di studio permanente per la formazione di dirigenti alberghieri da parte dell’Associazione Direttore Albergo (A. D. A. ). Permane tuttavia, soprattutto nella scuola superiore e universitaria il principio obsoleto di dover esclusivamente un insegnamento di carattere teorico e metodologico, tralasciando quello pratico operativo. L’importanza dell’efficacia della formazione del manager è nella possibilità di valutazione del metodo per l’insegnamento, dell’apprendimento, del modo di comportarsi, dei risultati. Nella programmazione di corsi di formazione va proposta all’attenzione che gli stessi sono rivolti verso i dirigenti già inseriti nel mondo del lavoro, tenendo presenti le esperienze di precedenti iniziative di tipo formativo dimostratesi inconsistenti sia perché realizzate per rispondere a interessi estranei alle esigenze estranee del settore, sia perché non se ne è mai compresa l’indisponibilità. Attraverso la formazione manageriale è offerta al dirigente l’opportunità di collocarsi nella giusta posizione per rispondere alle richieste della società in trasformazione.”{mospagebreak}
L’AMBIENTE E L’UOMO
dal Convegno Nazionale ADA di Capomulini
Ritengo innanzitutto doveroso ringraziare la Presidenza dell’ADA, il Comitato organizzato re di questo Congresso e tutti voi presenti per avermi invitato a tenere una relazione la cui natura e impostazione se a prima vista possono sembrare lontane dalla complessa problematica pratica in cui ciascuno di voi è chiamato a svolgere il proprio ruolo, tuttavia essa rappresenta non solo la necessità di allargare il campo dei vostri interessi specifici ma anche l’ambizione di guardare ben oltre i ristretti confini del contingente. Questa è la ragione per cui, insieme al mio ringraziamento, consentite che io esprima anche la mia soddisfazione per questo vostro impegno multidisciplinare.
La stessa storia d’Italia potrebbe essere ricostruita attraverso quanto l’attività e l’esperienza alberghiera possono dare come testimonianza, che diventa documento
di un processo evolutivo nel quale siamo tutti impegnati. I vostri problemi di oggi si inseriscono nella complessa situazione dell’attuale crisi. Ecco perché nel momento
stesso in cui sorgono problemi di rapporti e di conduzione c’è da guardare all’albergo e all’attività turistica in genere come ad un’oasi, come ad un punto di riferimento, come ad una struttura che pur inserita nell’attuale contesto preservi e conservi quelle caratterizzazioni del vivere civile che tengano conto di un discorso che è estetico ed etico insieme e che non dovrebbe essere pregiudicato da quegli atteggiamenti deteriori della negazione che oggi appaiono dominanti. Lo storico futuro che volesse dare un giudizio di questa nostra epoca troverebbe certo non poche difficoltà allorché intendesse evocare in una formula la risultante delle differenti componenti che caratterizzano l’attuale comportamento tanto del singolo individuo che dei diversi gruppi. I turbamenti che da decenni rimestano il contesto sociale di buona parte del mondo e che in alcuni Paesi hanno assunto dimensioni ben più acute di un naturale processo evolutivo, anche e soprattutto in rapporto alla pressione di spinte tutt’altro che occasionali, hanno provocato quelle condizioni che, cronicizzando la precarietà, hanno determinato la degradazione dei sistemi. Il transitorio che non evolve e che diventa permanente porta in sé tutti gli aspetti deteriori della negazione che non è riuscita ancora a realizzarsi costruttivamente presumibilmente per avere esasperato oltre il ragionevole il processo critico, ma forse anche per la necessità di dovere maturare a lungo, in rapporto ai mutamenti eccessivi, la capacità di adattamento.
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Prende corpo da qui la crisi delle strutture oramai inadeguate per questo uomo sottratto alla sicurezza di una permanenza laddove il concetto di permanenza ingloba in sé non le cristallizzazioni dell’immobilismo ma la possibilità di un graduale e naturale processo di trasformazione, vissuto nella consapevolezza del passaggio critico da una posizione culturale all’altra, conservando l’armonica collocazione temporo-spaziale della dimensione umana. La violenta rottura con il passato con la conseguente perdita di quelle «certezze» che aveva no fin qui accompagnato l’uomo consentendogli un’ascesa progressiva e misurata e nello stesso tempo sicura e prevedibilmente programmata verso la proiezione futura, ha sottratto all’uomo gran parte di quelle impalcature sulle quali trovavano appoggio le tante inevitabili contraddizioni della condizione umana. Questi sostegni sono venuti a mancare repentinamente, e tutti insieme, perché non si avvertisse, sia pure nell’euforia istruttiva e dissacratoria della tabula rasa, l’inquietudine della solitudine, del limite, dell’insicurezza soggettiva e oggettiva, della perdita di qualsivoglia punto di riferimento per la speranza. Sottratto che sia l’individuo al suo tradizionale habitat cultura le per essere repentinamente immerso in una realtà ambientale totalmente nuova dove le differenti componenti richiedono in rapporto alla loro inedita sollecitazione, reazioni dissomiglianti e non sperimentate come quelle che possono evocare la valutazione sempre diversa del tempo e dello spazio, del rapporto sociale, familiare, interpersonale, dell’amore, del lavoro, della religione, della proprietà, del sesso, dei concetti di fedeltà, di onore, di pietà, di caritas e di ogni altra cosa, appare troppo evidente come quest’uomo avverta in maniera ansiosa la perdita delle sue radici. Non solo questo. Quest’uomo ora iperstimolato, sovraccaricato di informazioni, rimbalzato fra ipotesi e progetti, accelerato nell’azione, ingolfato dagli stress decisionali, è trascinato lontano da qualunque approdo che è a lui socialmente consueto, mentre qualunque orientamento è perduto per il tumulto in cui si dibatte la nuova cultura mirante alla definizione dei suoi valori ancora estremamente variabili e per nulla codificati. Sradicato, insicuro, ansioso, stordito dalla caleidoscopica girandola dei mutamenti, quest’uomo soffre la crisi del disadattamento e con lui l’intera struttura sociale. Molto più, ed è ovvio, ne soffrono coloro che sono meno preparati e meno razionali, psicologicamente più deboli. Si deve appunto al comportamento di questi ultimi se l’epoca attuale avverte i segni dolorosi di questo trapasso. I tentativi di rottura, come forza di azione diretta, si sono dimostrati, almeno per quell’auspicato aspetto costruttivo che spesso le rivoluzioni hanno avuto nel sorgere di culture più avanzate, inutili e spesso dannosi. Violenze, guerriglia, scioperi, occupazioni, blocchi stradali, sommosse agitazioni, ecc. , spesso più che rappresentare l’espressione di un malessere sono stati strumento tattico di pressione politica col risultato, certo previsto, di deprimere economicamente la Nazione. La contestazione che pure aveva più di una giustificazione come spinta di rinnovamento, esaurì in modo rapido le sue energie potenziali, incenerendole al fuoco della mutevolezza delle idee e dei principi ispiratori. Quello che sul terreno emotivo appariva giustificato e gratificante, sul terreno razionale si immiserì nell’ incapacità, non solo a suggerire soluzioni alternative, ma perfino ad operare una critica che fosse realistica e non demagogica. Era ancora tiepida la tortillas di Marcuse dove si combinavano in dosi diverse Hegel, Marx e Freud che ecco che una nuova meteora viene a illuminare l’ultima dirittura d’arrivo della nuova illusione. Compare Charles Reich che postula la tesi della liberazione di ogni vincolo, pregiudizio, responsabilità.
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La conquista, secondo il nuovo idolo, rappresenterebbe la terza coscienza capace di aderire senza coercizioni alla richiesta degli istinti rifuggendo da qualsivoglia disciplina, ordine, precetto. Bisogna fare abiura di ogni obbligo ed entrare in una fase di abulia contemplativa, dove sarebbe affidata alla droga il ruolo di esasperare, eccitandola, la recezione sensoriale. Non a caso la scelta della droga in quest’epoca cade su sostanze le quali, più che esaltare la performance attitudinale a fini operativi, invece, sono capaci di annullare l’individuo estraneandolo dal contesto sociale, dalla realtà, dalla competitività. In netta contraddizione con le richieste dell’epoca che impongono la formazione di specialisti altamente qualificati e preparati, questi Drop-Out (così si chiamano) che si sono messi fuori dal sistema abbandonando scuola e lavoro, non solo appaiono come la contraddizione del tempo presente ma appaiono, altresì, come i più ingenui e sprovveduti rivoluzionari. Essi hanno impostato, infatti, i presupposti teorici della lotta al sistema nel più semplicistico dei modi. Questi drop-out, partendo dal presupposto che la cultura tradizionale si fonda sulla logica, la razionalizzazione, l’economia nel senso dell’intelligente raggiungimento dei fini prefissati, dal sentimento di responsabilità tanto del singolo individuo che del gruppo e che pertanto questo tipo di saggezza conduce alla instabilità, alle degradazioni, alle inefficienze, agli sprechi, alla inoperosità, alle oppressioni, alle sperequazioni, alla decadenza, hanno creduto di concludere attraverso un processo, certo non legittimo sul piano razionale, che gli errori potrebbero essere eliminati invertendo i principi e ammaestrando all’irresponsabilità, all’illogicità, alla improvvisazione. Accettare tale impostazione vorrebbe dire assecondare proprio quella follia che spesso emerge nei periodi di crisi e il cui richiamo diventa
allettante anche per coloro che folli non sono ma che invece sono solo scontenti. Il malessere, la nevrosi, l’irrazionalità di massa, sono conseguentemente i segni del decadimento di questa nostra epoca e insieme l’epigrafe e l’epicedio dell’era neolitica. È decadenza?
La risposta non può non essere che ambivalente. Tutte le crisi, infatti, portano decadenza nel momento in cui si opera il passaggio da una morale all’altra, ma più ancora, ciò si verifica perché quasi sempre tale passaggio per realizzarsi ha bisogno di investire e travolgere ben oltre i confini che si intende correggere. Poi si rientra. Quando verrà per noi questo poi, quando usciremo dal tunnel della crisi, non è possibile dirlo.
Abbiamo solo un punto possibile di riferimento che ci è offerto dal credere che, aldilà dèl caso o della necessità, l’umanità non dirotta dal binario di certe
leggi che regolano la sua evoluzione. «Tutte le civiltà sono contemporanee», diceva Ezra Round, e aveva ragione se la Terra si paragona ad un frutto che non è mai maturo in egual misura in tutte le sue parti. Coesistono sul nostro pianeta epoche diverse, periodi storici diversi. Alcuni popoli ignorano la logica di Euclide, altri la poesia di Omero, altri vivono il loro Medioevo, altri il loro Rinascimento.
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Quella fascia di umanità che ha maturato in sé le prime culture del Mediterraneo, il Cristianesimo, la Romanità, che ha avuto il suo vissuto attraverso tappe che vanno dalle termopoli all’impero di Cesare, dalla Chancons de Roland a Dante a Shakespeare a Ghoete a Schiller a Heydeger è una fascia di umanità che avendo già superato diversi stadi, ora vie l’ angoscia di uno dei passaggi più difficili. Infatti, vive la crisi della identità.
Se è possibile, come io ritengo sia possibile, riportare l’evolutività come riferimento per valutare l’evoluzione, allora credo che si posa parlare di stadi di sviluppo in termini di preciso riferimento. Il nostro è lo stadio in cui ci si ribella ai valori formali. Lo stadio precedente aveva imposto all’uomo l’accettazione di regole e principi a livello emotivo.
Ora queste regole e questi principi sono contestati globalmente e inevitabilmente, come accade nelle crisi di rifiuto, senza attenuanti ed esasperandolo.
La crisi del super ego ha messo allo scoperto l’uomo che si è trovato di colpo libero e liberato da vincoli di ogni sorta. Caduta la tensione vigilante le remore, tutto di colpo è diventato lecito e possibile. Solo che si riesca a conquistarlo.
Da qui le due componenti compartimentali di fondo della nostra società: la violenza e la crisi di originalità. Entrambe le due manifestazioni hanno come denominatore comune la necessità di prevalere sugli altri ed entrambe attingono all’aggressività la loro forza di spinta. Partendo da queste prospettive, appare evidente, ed è certo questo un punto centrale, come la crisi di identità investa in modo diverso uomini e gruppi e come le risposte sul piano della condotta e del comportamento siano altrettanto diverse. La libertà, per esempio, che dovrebbe appartenere a tutti, per il modo in cui è usata da alcuni (anche qui individui e gruppi), finisce per essere utile soltanto a pochi. I più, i più miti, i più pacifici subiscono la libertà così come subiscono la violenza, la prepotenza, il sopruso, l’arroganza, la cattiva educazione, ecc. Ricondurre in termini di razionalità regole e valori, dopo averli divelti dal super ego formale, non è compito agevole. I nuovi martiri della libertà, oggi sono appunto coloro che quotidianamente subiscono l’aggressività altrui. Tutto ciò rientra, ed è ben comprensibile, in una dinamica la cui disamina analitica non è sfuggita a biologi, psicologi, sociologi, pedagogisti, giuristi, filosofi, religiosi e, a limite, certo anche politici, tuttavia se l’analisi è andata ben oltre quello che si chiedeva, credo che la dilatazione dei problemi, le super specializzazioni, la settorialità del linguaggio hanno reso sempre meno facile quel lavoro di sintesi da cui si presume di dover partire con una qualche sicurezza. Credo proprio, che come in una novella Babele, ciascuno di noi, per bravo che sia, è prigioniero di una sua particolare angolatura e proprio per questo corre seriamente il rischio di apparire un matto che delira nel proprio recinto Certo, è questa la ragione per cui questa Assise ha voluto ampliare il campo degli interventi dando a queste giornate di studio un’impostazione multidisciplinare. Esiste una crisi che è fatta di attrezzature, di personale, di uffici coordinanti, di autorità, forse di metodo, di distribuzione del lavoro, ma per questo aspetto, persone più idonee saranno in grado di approfondire adeguatamente questa analisi.
Resta, tuttavia, il problema della necessità di una programmata revisione della impostazione burocratica e psicologica. Atitolo di esempio ricordo i risultati di un’indagine condotta sul famoso e orgoglioso Pentagono . Nel 1970, Nixon incaricò una commissione, composta di 14 dirigenti industriali, di studiare criticamente l’apparato burocratico del supremo ente militare americano: il Pentagono. Questa commissione giunse alla conclusione che non esistevano problemi legati alle persone, ma esistevano solo problemi di organizzazione, ma di dimensioni colossali. Basti pensare che ben 35. 000 persone risultarono assolutamente inutili, per quanto si sentissero impegnate a passarsi, l’un l’altro, carte. Il Presidente di questo comitato, C. W. Fitzhugh, in un’intervista così si espresse: «C’è da meravigliarsi del semplice fatto che qualcosa funzioni». La crisi più ampia è quella che entra nel merito e qui credo sia necessario scomporre i diversi momenti del rapporto uomo-ambiente. La necessità della organizzazione nacque nel momento in cui l’uomo smise di vivere come cellula isolata per aggregarsi ad una struttura pluricellulare dove ogni componente per la sua parte doveva assolvere un ruolo definito. Stabilito il principio, la deroga diventa errore e pertanto causa di giudizio ma anche necessità di valutazione del sintomo.
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Tale giudizio deve: 1° -preservare il principio; 2° – difendere la struttura; 3° – correggere la cellula deviante; 4° – agire come deferente al contagio ma nello stesso tempo deve anche tener conto di quale sia il significato della deviazione per dare un senso dinamico al principio e alla organizzazione della struttura. Qualunque aggregato di esseri viventi si costruisce su leggi precise e i moderni studi etologici ne sono un limpido insegnamento. Ciò accade perchè nella organizzazione
pluricellulare ciascun componente perde una parte di autodeterminismo in ossequio al comune vantaggio. Queste premesse consentono di porre l’accento per le porte
che può competere alla psicologia, prevalentemente sui punti 3 e 4. I punti 1 e 2, per quanto entro certi limiti siano espressione anche dei punti 3 e 4 in quanto principi e struttura debbono aderire alle possibilità reali di un’accettazione e non possono quindi essere avulsi dalle disponibilità obiettive dell’uomo ad approvare il patto, essi investono tante questioni e tanto difformi fra loro e così profonde che proprio perchè tali rappresentano la sintesi della evoluzione storico-culturale di un Paese. Ecco perchè, in ultima analisi, dobbiamo guardare all’uomo se non vogliamo correre il rischio, soffermandoci troppo a valutare lo stile del Capitello, di perdere il giusto significato della funzione della colonna, E guardare all’uomo significa anche uscire fuori dal labirinto dei luoghi comuni. Diciamo subito che
gli uomini non sono uguali fra loro e non lo sono per temperamento, per capacità di adattamento, per capacità volitive, per capacità di apprendimento, per motivazioni, per performance, per valutazioni critiche ed etiche, ecc. E queste variabili, che la psicologia differenziale coglie, non dovrebbero essere sottovalutate. Non solo, ma questo uomo e questi gruppi, quanta reale libertà d’autonomia hanno rispetto alle stimolazioni perchè si possa loro attribuire una colpa o un merito?Basterebbe considerare per tutti l’aspetto relativo alla percezione. L’uomo coglie la realtà esterna in rapporto a leggi ben definite nell’ambito della teoria
della Gestalt. Colori, segni, simboli evocano nell’uomo risposte ben determinate a priori. Il detersivo nella confezione azzurra sarà certo ritenuto migliore di quello nella confezione gialla. La bottiglia di latte sul tondo verde darà certo più garanzie di genuinità e freschezza di quella reclamizzata sul fondo rosso. L’organizzazione musica – luci – colori dei grandi magazzini è certo che stimola all’acquisto anche di cose inutili. Gli esempi potrebbero continuare e investire non solo i settori della pubblicità commerciale. Ora, se di fronte a due sculture, una spigolosa, angolosa, puntuta e l’altra plasticamente soffice, piena, rotondeggiante, fra le parole Maluma e Takete, a chiamare Takete la prima e Maluma la seconda, si può ben comprendere quanto sia risicato il campo delle sue scelte quando né Maluma né Takete significano alcunché. Ma non basta.
L’elenco dei possibili difetti relativi alla comunicazione darà un’idea approssimativa della non facile possibilità a trasmettere oltre che a recepire. In questo ambito si possono realizzare:

  • Confondere le parole con le cose;
  • Incapacità di verificare termini astratti con eventi concreti;
  • Confondere i fatti con delle interferenze implicanti giudizi di valore;
  • Identificazione spuria;
  • Grossolana applicazione della logica a due valori;
  • Incapacità di riassumere tutti i fatti principali prima di passare al giudizio;
  • Estrapolazione;
  • Gobbledygook;
  • Incapacità di ascoltare;
  • Incapacità di valutare l’ambiente da cui proviene l’interlocutore ed il suo punto di vista;
  • Incapacità di valutare i moventi;
  • Incapacità di riconoscere le differenze culturali.

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Né minore importanza acquista la magia di certe parole caricate di volta in volta di contenuti negativi o positivi. Gli studi della semantica mettono in guardia contro il cattivo uso del linguaggio che spesso più che rappresentare l’espressione del pensiero assume tali sintomi negativi da diventare la malattia del pensiero stesso. Una frase sbagliata non sempre porta al suicidio un giovane, cosa che è accaduta, ma certo può molto spesso interferire sullo atteggiamenti dei più, chiunque esso sia e quelle che sia il suo ruolo professionale. Due guardie municipali, una che dica: «scusi, lei è passato col rosso» e l’altra che dica: «lei o non ci vede o non conosce il rosso» avviano certo due dialoghi diversi che possono condurre a conclusioni diverse. Ma non basta. Senza addentrarci nel significato profondo delle motivazioni è necessario fare riferimento alle motivazioni sociali per sottolineare quell’aspetto che interferisce con il rapporto interumano.
Come è noto, le motivazioni sociali si raggruppano in tre categorie principali: della affiliazione, del potere e della riuscita. Per sua natura l’uomo sente il bisogno di inserirsi nel gruppo, di essere parte di quella unità che è rappresentata dai gruppo.
Animale profondamente sociale, l’uomo mira alla ricerca della compagnia, vive nel desiderio di essere amato e accettato da tutti; da qui la necessità di essere integrato nel gruppo da cui avere garanzia, protezione, sicurezza. Orbene, quando per ragioni di ordine vario l’uomo non riesce ad inserirsi nel gruppo, la sua emarginazione può essere causa di un quadro psicotico che può portare al delirio di persecuzione, di riferimento. Non infrequenti in questa prospetta sono le sindromi psicotiche degli emigranti che certamente costituiscono un’esemplificazione abbastanza palese, anche se non rappresentano la gamma di possibilità che nasce dalla emarginazione.
Una volta affiliato, l’uomo avverte nel gruppo il bisogno sociale dei potere che lo spinge a salire quanto più è possibile in alto nella gerarchia ad assicurarsi prestigio, a raggiungere traguardi che gli consentano di disporre del maggiore numero di bottoni.
In questi soggetti si evidenzia una vocazione del potere che è fame di potere e che, attraverso spinte aggressive, li porta a dominare come capi indipendentemente dalla scelta del leader operata dal gruppo. Quando la reazione del gruppo e del leader è efficace e questi soggetti nonostante la loro aggressività e la loro tendenza
a dominare non riescono ad emergere come capi, essi si comportano in maniera nevrotica e il gruppo raramente potrà contare su di loro, sulla loro lealtà, sulla loro correttezza. Alla base degli atti che essi compiranno, si evidenzierà costantemente il risentimento per il mancato riconoscimento e da qui il comportamento nevroticoreattivo che sposterà l’aggressività di volta in volta ora su parte del gruppo ora su altra, quasi sempre sul leader. Il bisogno sociale della riuscita
comporta la necessità al lavoro e al sacrificio per misurarsi in un cimento civile con gli altri componenti del gruppo al fine di emergere per meriti reali. Quasi sempre nel soggetto normale, le aspirazioni non sono mai di gran lunga superiori alle reali possibilità del soggetto. È caratteristico del nevrotico guardare molto al disopra delle proprie possibilità.
Per quest’ultima motivazione sociale, tuttavia, riteniamo di essere nel giusto se diciamo che, indipendentemente dal riconoscimento del proprio limite, spesso l’uomo è condizionato dall’ambiente circostante ad assumere un ruolo diverso. Questo in genere accade agli uomini che non avendo raggiunto determinate posizioni professionali, si industriano in maniera compensativa per coprire il divario fra l’essere e il sembrare. Da questa terza motivazione sociale può nascere, a nostro avviso, la forma più diffusa e insidiosa di disadattamento, è quel disadattamento nato dalla impreparazione, dalla supponenza, dalla convenzionalità. Mediocri ingegneri, cattivi architetti, lacunosi avvocati, pessimi medici, politici inadeguati e, se me lo consentite, dirigenti impreparati, sono costretti a ricorrere a tutta una serie di volute per dissimulare la loro inefficienza e assumere ruoli compensatori. Purtroppo dobbiamo riconoscere che sono ben pochi coloro che vengono spinti dalle cosiddette motivazioni superiori alla ricerca del bene, del vero, del bello, e che pertanto, entro certi limiti, sono divincolati da quella serie di pressioni sociali capaci di influenzare idee e comportamento. La maggior parte di noi, e questo è un altro punto da sottolineare, risente della risonanza dell’ambiente in maniera determinante. Dal campo percettivo dove si mira a un tutto organizzato e significato perciò lo stimolo diventa fatto conoscitivo non solo in quanto tale, ma per la soggettivazione che acquista in rapporto alle precedenti conoscenze e alle personali tendenze, fino alla gerarchizzazione del campo percettivo nei suoi influssi sulla percezione sociale, si anticipano tutte quelle forme entro le quali trova posto il nostro modo di essere. Due elenchi di attributi disposti in modo diverso influenzano il giudizio da esprimere, poiché il primo attributo dell’elenco determina un orientamento che sarà seguito dalla parola successiva.
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L’indiano che per una certa idea riteniamo sanguinario, astuto, traditore, sarà considerato violento solo se apparirà deciso, miracolosamente angelico, solo che sia semplicemente educato. Non bisogna dimenticare la dinamica delle credenze, delle opinioni o degli atteggiamenti. Qui, entrando in gioco in maggiore o minore misura affettività e soggettività, si realizza quella disposizione capace di volgere a proprio vantaggio una qualsivoglia tesi obiettiva. Esponete dati e informazioni su un determinato Paese, leggete la biografia di un determinato uomo, ebbene, voi scoprirete quelli che sono favorevoli o contrari a quel Paese o a quell’uomo dal modo della loro interpretazione. Modificare tali atteggiamenti diventerà possibile solo se le nuove idee saranno sostenute dal gruppo che si preferisce.
Infatti l’influsso esercitato dalla presenza degli altri, dalla collaborazione, dalla competizione, appare decisivo ai fini del rendimento tanto che oggi risulta indiscutibile la superiorità del lavoro di gruppo su quello individuale. Alivello competitivo invece appare più efficace la competizione individuale che quella fra i gruppi a meno che non si tratti, e credo sia importante sottolinearlo, di un gruppo speciale con altissimo «spirito di corpo». «Ma come non si può provare — scrive P. G. Grasso — che la personalità sia solo lo aspetto della cultura», così non si può sostenere che essa sia unicamente un aggregato di mali, e cioè un puro riflesso di esigenze societarie. L’individuo interpreta più o meno autonomamente i suoi mali perciò permane sempre un certo «raggio di variabilità personale» sia della definizione che egli dà ai suoi mali sia nel modo di «viverli». Questo giudizio è anche, e forse soprattutto, una speranza. Tutto quello che è stato detto fin qui poteva certo dirsi meglio, ma non poteva non dirsi. Per superare la crisi occorre rompere i recinti dell’isolamento. Se in apertura avessimo esposto in elenco:

  • La perdita del contatto con la fede;
  • la degradazione dei principi;
  • il decadimento dei valori della famiglia e della società;
  • il cattivo esempio della classe politica;
  • lo scadimento della scuola;
  • l’istigazione alla rivolta;
  • la ribellione contro le istituzioni;
  • l’idea che le leggi siano strumento del potere e pertanto fate da alcuni a danno di altri;
  • la corruzione esercitata da certo cinema e certa stampa;
  • la mancanza di iniziativa per salvaguardare la gioventù;
  • la messa in berlina dell’autorità;

come possibili cause della crisi del nostro tempo forse avremmo detto tutto e in un tempo minore, ma certo non saremmo andati a monte della questione.
Da angolature diverse e da persone qualificate da una cultura specifica apprenderemo, attraverso un’analisi attenta, i loro problemi, le loro preoccupazioni,in ultimo, la comune incertezza verso un giudizio conclusivo. La crisi dello psicologo, del pedagogista, la crisi dello scrittore, la crisi dei tecnici è pari a quella del filosofo, del giurista, del teologo.
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Per ciascuno di loro esiste una serie di problemi difficili, intricati, di cui oggi appare lontana la soluzione. Intorno a ciascuna di queste isole sono mosse le acque per il terremoto che esse vivono sulla terraferma. E questo ingrossarsi delle acque impedisce che fra l’una e l’altra isola si crei la possibilità Mi uno scambio e di una comunicazione. Da questo congresso si tenterà di superare l’intoppo della non comunicatività fra i diversi settori e certo se non riusciremo a darci coraggio l’un con altro, almeno si spera che riusciremo a comprendere che dall’uno all’altro capo del tradizionale distribuirsi dei compiti, la crisi è la crisi dell’uomo e con la crisi dell’uomo, la crisi delle strutture che ad esso sono connesse. L’uomo si avvia a maturare, a ricomporre in termini di razionalità i valori respinti potendo essere questi un allargamento o una variante dei primi, una totale e radicale sostituzione ai primi.
E tutto questo si realizzerà nell’uomo che maturandosi vivrà in maniera diversa il rapporto fra l’Es e il Superego per questo l’Io acquisterà più autonomia, più prestigio, più indipendenza rispetto alle formule. Il più giusto equilibrio fra le tre componenti dell’attività psichica dell’uomo influirà certamente positivamente nel rapporto interpersonale per questo può prevedersi il progressivo esaurirsi di quelle sovrastrutture aggressive imposte dalla paura. In questa prospettiva è possibile prevedere il graduale liberarsi dell’uomo da certi legami di tipo magico quali la superstizione, il convenzionalismo, il formalismo, la supponenza.
Di converso ci si avvierà ad un progressivo riconoscimento del valore e dei valori per cui non più la leggenda, il mito, la gerarchia imposta ma i valori essenziali dell’uomo stabiliranno, quasi come una mutazione genetica, la nuova aristocrazia dell’umanità, aristocrazia perchè avrà in sè non solo l’intelligenza e le cognizioni tecniche ma, avendo superato quasi tutte le remore dell’inconscio, sarà in grado di fare della erudizione cultura e quindi modello di vita con l’assunzione delle motivazioni più alte. Se questa è l’ipotesi nella quale credere e sperare, dobbiamo dire che questa fase di maturazione del quinto stadio cade e naturalmente si esaspera in un momento in cui il mondo sembra trovarsi alle soglie della catastrofe ecologica. I due fatti purtroppo si influenzano negativamente e l’uno aggrava la sintomatologia dell’altro, tuttavia non è escluso che gli anticorpi predisposti per l’una sindrome non possano insospettatamente giovare addirittura primitivamente all’altra. Per quanto strano possa sembrare, ciò è la cosa più vicina alla verità se è vero che i progetti dell’universo hanno una loro logica nella quale l’intervento dell’uomo non sempre, anche quando egli lo crede, è quello dell’artefice. C’è da chiedersi ancora, se i postulati sono esatti e se noi prevediamo che l’uomo migliore è proprio l’uomo che si sarà liberato da certe sovrastrutture, quale può essere il nostro impegno di uomini di oggi? Ecco dunque la possibilità di una conclusione: perchè l’uomo migliori occorre educarlo, per educarlo occorre istruirlo e bisogna istruirlo attraverso le tecniche più moderne perchè egli possa tener conto del suo essere bio-psichico, delle leggi che lo inseriscono nella realtà dell’ambiente, delle finalità che come essere dotato di ragione e di anima gli competono. Ma per educarlo bisogna tener conto di due componenti essenziali se si vuole partecipare, attivamente e agire sullo stesso itinerario della evoluzione, bisognerà salvare la sua individualità perchè ogni uomo è un mondo, una storia, un destino; bisognerà lavorare sulla parte più nobile del suo cervello, bisognerà quindi impegnare la corteccia cerebrale, bisognerà quindi ragionare con lui e farlo ragionare. Qualunque altro tentativo mirasse ad agire sulle sue strutture vegeto-istintivo-emotive, qualunque tentativo mirasse a coinvolgerlocome collettività annullandolo come individuo, non sarebbero altro che tentativi miranti
ad ottenere certamente risultati pratici, ma alla fine sarebbero da considerarsi tentativi profondamente diseducativi. Tutto quanto non agisce sull’individuo e sulla sua ragione è destinato a trasformarsi in energia nevrotica che, se può essere utilizzata per fini strategici, alla lunga, come l’apprendista stregone, si involge contro colui, o coloro, che l’hanno fomentata.

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