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2009, Addio!

A nostra memoria l’anno che è andato via, per il turismo italiano, è stato veramente uno fra i peggiori, anche per le ripercussioni negative sull’economia indotta nel paese, dal momento che abbiamo perso 2,4 miliardi di Euro sul mercato internazionale, pur recuperandone 900 sul mercato interno. Come attenuante vi è da considerare la crisi economica mondiale, che molti accostano a quella gravissima del 1929, ma ci sono altre ragioni sugli effetti nefasti nella tenuta delle aziende alberghiere, considerando che una cosa è la caduta dei ricavi, altra cosa è la dilatazione dell’offerta in modo sconveniente rispetto alla domanda primaria. Molti economisti sono sotto accusa, ultima, in ordine di tempo, l’ha fatta Margherita Hack che, in un’intervista televisiva, ha ironizzato sulla scienza economica che – secondo lei – non essendo riuscita a realizzare doverose previsioni, l’economia, non sarebbe più una scienza esatta ma un gioco empirico.

In effetti, qualche dubbio è venuto anche a noi, considerando che gli studiosi, in genere, si muovono su dati di tendenza, su scenari certi e sulle serie storiche, ma anche dopo aver considerato alcune insicurezze quali possono essere state le speculazioni finanziarie o il doping amministrativo. Ci rifiutiamo di pensare che ci sia una cupola mondiale che utilizzi gli economisti in modo tale da favorire le grandi speculazioni, i capovolgimenti di potere economico, ispirandosi alle spregiudicate teorie di Milton Friedman con i suoi Chicago-Boys, laddove la questione era quella di determinare shockterapia per creare volutamente povertà nello stato sociale, al fine di dare maggiore potere contrattuale alle parti ricche. Si tratterebbe di quel fenomeno che Edward Luttwak definiva turbocapitalismo. La questione è piuttosto complessa e non è cosa semplice decodificarla, forse non è possibile imputare tutto alla crisi economica, che ha avuto, e ha,una grande influenza negativa ma non è la sola causa da ricercare.
C’è qualcosa che, verosimilmente, proviene da altro, dal momento che da una recente lettura di alcuni giornali abbiamo letto che Taormina, solo per fare un esempio, ha perso 300.000 presenze negli ultimi nove anni e il 18 per cento nel 2009, a fronte di un maggior numero di alberghi, il che significa che le problematiche partono da lontano, un pò ovunque: alberghi che diventano stagionali, altri che chiudono, cassa integrazione in deroga, il panorama è ancora desolante. Parlando con colleghi di Firenze o di Udine, ma anche di altre città come Roma, Palermo, Milano, Bologna, tutti dicono la stessa cosa: c’è qualcosa di ineffabile che non si riesce a capire, considerando che la politica, quella che governa, non volendo creare allarmismi, nei fatti dopa l’informazione e l’opposizione non ha mai preso in seria considerazione il turismo, considerato che la base elettorale l’ha sempre avuta nel mondo dell’industria.
Al pari degli economisti, di recente definiti incapaci, anche i nostri cosiddetti esperti del turismo, riteniamo abbiano toppato, considerando che continuare a sbandierare “che eravamo al secondo posto nel mondo”, in modo auto celebrativo, è retorica e inconcludenza, se poi non si affrontano i veri problemi del sistema; ma non con i soliti pannicelli caldi di finanziamenti a pioggia o di leggi prorogate in ragione del fatto che la loro applicazione richiederebbe capacità finanziarie che le aziende non hanno. L’intera questione andrebbe rivisitata alla luce di rapporti economici e di un modello di sviluppo capace di generare certezze, in rapporto alla crescita fra domanda e offerta, cercando di evitare dilatazioni selvagge, in molti casi sostenuta da leggi dello stato. Anche la formazione, con le migliaia di enti che operano, in alcuni casi senza obiettivi pedagogici definiti, in altri inventando di tutto e di più, in altri ancora assumendo la funzione passiva di sussidio economico ai disoccupati. Nel turismo sta un pò succedendo quello che è accaduto nella sanità, laddove hanno spesso cambiato le denominazioni degli enti operanti, senza preoccuparsi se il livello generale dell’assistenza pubblica rispondesse ai bisogni dei cittadini.
Nel nostro settore, in questo marasma di conflitti fra Regioni e Ministero, fra enti provinciali che cambiano nome, fra ipotetici poli o distretti turistici locali dove la cattiva politica, tanto per cambiare, la fa sempre da padrona in termini di sottobosco o sottopotere, si continua a perdere tempo, considerando che – almeno si legge in dottrina – qualsiasi investimento – sia patrimoniale, sia di marketing, sia strutturale e quant’altro non è destinato a portare sul breve i benefici sperati; quindi, se continuiamo a cambiare l’assetto strutturale, senza idee, perdiamo ulteriore tempo in favore degli speculatori, di coloro che fanno più finanza e meno impresa. Riteniamo che occorra rivedere i meccanismi, dal momento che sembrerebbe il settore sia sfuggito di mani, a danno di molti, in favore di pochi. Non barrichiamoci dietro la crisi per nascondere l’annosa incapacità di delineare un modello turistico italiano che, da una parte si porti dietro la sua storia, la capacità di fare ospitalità, e non solo; dall’altra si porti avanti una politica economica che dia al turismo quei caratteri definiti ancora incerti.

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